La Pastiera tra Miti Leggende ed un pò di Storia di alexanna

Se vuoi conoscere LA RICETTA della Pastiera…

Cominciamo con un pò di storia, tra miti e realtà , per conoscere un pò meglio questo dolce tradizionale, tipico ed immancabile sulle tavole pasquali dei napoletani.

La nascita e l’esecuzione di questo dolce è tutto un fiorir di leggende.
Dalla sirena che affascinata dalle bellezze di Napoli che pare si sia fermata a vivere nel mare del golfo partenopeo, a quella della moglie del Re di Napoli che sorrise una unica volta nella vita, cioè la prima volta che assaggiò questo dolce

La sirena Partenope innamoratasi della bellezze naturali di Napoli , ogni primavera veniva nel golfo e cantava melodiose litanie che allietavano la popolazione del luogo

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Un giorno gli antichi napoletani decisero di omaggiare la sirena con dei doni della terra, per ringraziarla dei suoi dolci canti
7 fanciulle le portarono altrettanti doni

1) la farina, che simboleggiava la forza e ricchezza della campagna locale;
2) la ricotta, omaggio dei pastori ;
3 ) le uova, simbolo della vita che si rinnova;
4) il grano tenero, bollito nel latte, che sposava due regni della natura;
5) l’acqua di fiori d’arancio perché anche i profumi della terra potessero onorarla;
6) le spezie, a simboleggiare le popolazioni più lontane del mondo;
7) lo zucchero, per esprimere l’ineffabile dolcezza elargita dal suo canto.

Secondo la leggenda la Sirena portò questi doni agli Dei, i quali , commossi per l’omaggio sincero, li trasformarono in un dolce “La Pastiera” che superava in beltà e dolcezza il canto della stessa Partenope
Partenope poi fu incaricata dagli stessi Dei di tornare dove aveva ricevuto i doni e di farne omaggio agli abitanti del luogo cioè ai Napoletani

Diciamo che è più probabile che il primo abbozzo di Pastiera sia un pane che veniva fatto nelle nozze dei romane, il “confarratio”, un composto di farro e ricotta
Questo pane, oltre che usato nelle nozze romane, veniva portato in omaggio anche alla dea Cerere, insieme delle uova ( simbolo di fertilità) , durante le festività pagane in suo onore cioè nei festeggiamenti per il ritorno della primavera ( il cui periodo corrisponde più o meno alla nostra Pasqua)
(Cerere era figlia del titano Crono e di Rea veniva considerata nella mitologia greca la dea del grano e dei raccolti.)

Oppure c’è la leggenda della triste Regina di Napoli, Maria Teresa d’Austria che non rideva mai .
Moglie di re Ferdinando , sorrise solo una volta, quando assaggio per la prima volta questo dolce.
La leggenda racconta che a questo punto il Re esclamò: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo!”.

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La storia ce la racconta questa antica poesia

A Napule regnava Ferdinando
Ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
Steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa
O’ musso luongo, nun redeva maje,
Comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera
Le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’creature:
Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,
‘Mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
A può purtà nnanz o’Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
pò l’assaggiaje, e sa fernette tutta.
Mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
E le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
Ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!

A Napoli regnava Ferdinando
Che passava il tempo saltellando; ( modo di dire dialettale per intendere allegramente)
Mentre invece la moglie, donna Teresa,
Stava sempre arrabbiata. La faccia appesa( incupita)
Il muso ungo, non rideva mai,
Come se avesse passato molti guai.
Un bel giorno, Amelia , la cameriera,
le disse: “Maestà questa è la pastiera.
Piace alle donne , agli uomini, e ai bambini.
Uova ricotta, grano e acqua di fiori,
impastata insieme allo zucchero ed alla farina
(è un cibo che )lo puoi portare ( a tavola) davanti al Re: ed anche alla Regina”
Maria teresa fece una brutta espressione:
poi l’assaggiò, e la finì tutta.
Masticando, diceva: “E’ il Paradiso!”
E le scappava pure un sorriso ( “pizzo a riso” sarebbe l’angolo della bocca che si alza verso l’alto).
Allora il Re disse “E che marina! ( imprecazione fra rabbia e sorpresa)
Per far ridere te, ci vuole la Pastiera?
Moglie mia, vieni qua, abbracciami!
Questo dolce ti piace? Ed ora che lo so
Ordino’ al cuoco che , a partire da adesso,
Questa Pastiera la faccia un pò più spesso.
Non solo a Pasqua, che altrimenti è un danno;
per far ridere te deve passare un altro anno!

Se consideriamo che questa regina è della fine del 1700 e la prima metà del 1800 possiamo dedurre che la pastiera più vicina a noi, cioè più simile a come la facciamo oggi, è nata in quel periodo o poco prima.

Certamente maestre nell’arte di fare la pastiera erano le monache di clausura di un antichissimo monastero nel centro di Napoli .
Molto probabile che questo dolce lo abbiano elaborato loro nella forma che ancora oggi conosciamo. Nel periodo pasquale ne confezionavano un gran numero per le mense delle dimore dei nobili e della ricca borghesia napoletana
Erano le monache del convento di clausura di S. Gregorio Armeno, (dove oggi si vanno a comprare i pastori per Natale), grandissime pasticcere.
Quando i servitori dei nobili e dei ricchi , per conto dei loro padroni, andavano a ritirare le pastiere delle monache, dalla porta del convento fuoriusciva una scia di profumo che si diffondeva nei stretti vicoli intorno e nei bassi ( tipiche case del popolino napoletano situate al livello stradale degli stabili gentilizi, perciò dette “bassi”) dando consolazione alla povera gente., per la quale , quel aroma di fiori d’arancio, era la testimonianza del Risorgere del Signore.
Nonostante oggi (mi sembra, ma non ne sono sicura) che non ce ne siano più di suore di clausura o che siano pochissime, sicuramente non fanno più pastiere per la città da 40-50 anni circa , nonostante ciò, ancora resiste nei “napoletani veraci” il ricordo delle bontà che sfornavano.

Di pastiere in Campania ce ne sono tantissime versioni , dall’aggiunta di crema pasticciera nella Costiera Sorrentina, a quella di riso nel Beneventano, a quella con i tagliolini che si prepara invece nel Nolano e nell’Avellinese, con le innovazioni della moda, si aggiunge per i più golosi anche del cioccolato.

Ma le più classiche napoletane sono quella con la ricotta e la più recente con la crema pasticcera.
Senza contare che ogni famiglia napoletana ha la sua ricetta della quale ne rivendica, oltre la proprietà esclusiva, anche il fatto che, questa sua ricetta, sia la sola ed unica ricetta originale e tradizionale.

Facendo un conto approssimativo, a Napoli ce ne saranno almeno quattro milioni di ricette originali, una per ogni napoletano

In generale diciamo che ci sono, due scuole: la più antica, insegna a mescolare alla ricotta semplici uova sbattute.
La seconda, sicuramente innovatrice, raccomanda di mescolarvi una densa crema pasticciera che la rende più leggera e morbida, innovazione dovuta al dolciere-lattaio Starace che lavorava in una bottega di Piazza Municipio,oggi chiusa. Si dice, anche, che la pastiera con la crema sia una versione nata nella Penisola Sorrentina dove è più diffusa.
Insomma la seconda è la prima a cui si aggiunge la crema pasticcera , buonissima per carità, ma io la preferisco senza crema.

alexanna

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