Strano come non mi ritrovi, non riconosca le mie radici in questo "c'era una volta". Eppure, per antonomasia, almeno secondo il comune pensare del luogo dove vivo ora e delle regioni limitrofe, io da "terrona" dovrei essere il prototipo di queste tradizioni.
Che dire?
Quanto all'essere prolifici era probabilmente una conseguenza dell' alto tasso di mortalità infantile, non era
malgrado l'avvenire incerto, ma proprio per quello, perchè, inoltre, soprattutto in realtà contadine, la prole numerosa costituiva forza lavorativa e quindi risorsa per la sussistenza.
Credo ci voglia molto più coraggio ora a pianificare una famiglia numerosa
Resto poi meravigliata dall'affermazione di Nanà
Cita:
Noi figlie, a nostra volta, se volevamo andar via di casa, dovevamo solo sposarci e far andare a parlare in casa il nostro futuro marito.
Se devo giudicare dall'età della sua mamma, Nanà dovrebbe essere più giovane di me, ma dov'era quando le ragazze degli anni '60 hanno dato il loro decisivo contributo alla storia dell'emancipazione femminile, han preteso pari opportunità, han cercato di affermarsi nel campo del lavoro e delle scelte personali sulla loro vita privata?
Sarà che son andata a vivere da sola per seguire la strada professionale che mi ero scelta, che nel mio lavoro, anche di volontariato e di ricerca ho visto tante storie di donne autonome e determinate, sarà che fin da piccola sono stata incoraggiata a rendermi indipendente, sarà che mio marito è venuto in casa giusto perchè, avendo deciso di sposarci mi pareva logico che conoscesse i miei almeno qualche mese prima, insomma non mi riconosco in questa realtà.
Poi, dalle nostre parti l'attrezzo per imparare a camminare mai visto

, lo scopro ora, da noi si usavano il girello o le dande. Bello però!
Ecco l'unica cosa in cui mi ritrovo, ma solo in parte, è il culto del corredo, anche se al tanga all'uncinetto devo sostituire certe "culottes" di seta ricamate molto eleganti della sorella di nonna, restata nubile, ereditate, ancora avvolte in carta velina in quanto facenti parte del suo corredo...devo dire, di uno chic incredibile, tanto che non ho esitato a farne uso

.
Magari oggi s’è perso pure il concetto di corredo o, come dicevano le nonne, in un’epoca in cui l’uso del francese era elegante, di “trousseau”, croce e delizia di mamme, nonne, zie, madrine d’ogni “ragazza da marito” (oh, ma magari neanche quest’espressione s’usa più!). Credo che ci si cominciasse a pensare fin dalla nascita d’una bimba: lenzuola, federe, tovaglie, asciugamani, fazzoletti, biancheria personale, grembiuli, strofinacci…
Dopo la prima infanzia la futura “ragazza da marito” imparava l’orlo a giorno, il gigliuccio, e il punto erba, ed era pronta per cominciare ad orlare le lenzuola e le federe, almeno le “lenzuola di sotto” se proprio non aveva una spiccata vocazione da Aracne, la mitica ricamatrice, mentre ai capi più importanti provvedevano le suore di famosi conventi o qualche parente dalle mani di fata.
E, mentre gli anni passavano, sui ripiani d’un armadio o in un baule si accumulavano, nella attesa, avvolti in carta velina, preziosi lini, seriche fiandre, leggera biancheria di “pelle d’ovo”, asciugamani dalle lunghissime frange, ornati d’iniziali dalle volute floreali, dal disegno ricalcato con lo spolvero. E che dire di capi già superati ed assurdi, ma comunque legati alla tradizione, come “le camicie da notte per la clinica” austeri paludamenti di taglie superabbondanti, i grembiuli per rifare il letto, ampi, bianchi e bordati di pizzo, i triangoli di mussola da legarsi intorno alla fronte in caso d’emicrania, tutte cose in disuso da generazioni?
E, per tutto questo, guai a non parlare in termini di dozzine…”non vorrai mica sposarti con uno spazzolino da denti e un fazzoletto”.
Infine c’erano quei pezzi la cui scelta e realizzazione erano il coronamento dell’impegno matriarcale, quelli che non potevano mancare.
C’era il copriletto di seta ricamato, acquistato quando il matrimonio era oramai prossimo, per evitare che, nell’attesa, la seta ripiegata si tagliasse, c’era la coperta imbottita e trapunta, essa pure ricamata, che, secondo una tradizione del Sud, veniva mostrata alle amiche della sposa alla presenza della “comare di nozze”, che lanciava confetti e dolcetti augurali sul letto nuziale.
Forse un’usanza del genere, fa un po’ sorridere, soprattutto chi si ritiene superiore alle tradizioni ed al rispetto delle convenienze sociali in nome di un’assoluta libertà personale, ma io preferisco un po’ meno individualità ed una maggior consapevolezza di radici antiche e ancora forti.
Ma, tornando al corredo, c’era, infine il copriletto di piquet bianco, meno pomposo, ma impeccabile nel suo rigoroso candore, tutto un gioco di disegni in chiaroscuro, con un immancabile rosone centrale e volute che andavano allargandosi.
Le belle coperte ricamate erano per i giorni importanti: le nozze, le nascite, le visite ai convalescenti.
Ora per nascite e malattie te ne vai in clinica e comunque nessuno mai si sognerebbe di venire a casa tua mentre te ne stai a letto. Per fortuna
Ma il copriletto di piquet era la quotidianità, la raccolta freschezza della camera in penombra nei giorni estivi, era il segno che stavano per iniziare le vacanze scolastiche e la promessa di una leggera carezza sulla pelle bruciata dal sole dei primi bagni al mare, era il sentore dei fusi di lavanda, intrecciati con i nastri, riposti per l’inverno nelle sue pieghe, era la continuità, fatto com’era per durare quasi in eterno, tanto che al copriletto del corredo si aggiungeva quello della nonna, prima, poi della suocera, della mamma, d’una zia ed intorno al letto vestito di bianco le puoi sentire le voci di tutte queste donne, voci complici, comprensive, consolanti, incoraggianti, allegre se hai voglia di ridere, tenere se così le vuoi…